Recensione di “Uno studio in rosso” – Arthur Conan Doyle

Uno studio in rosso scritto da Arthur Conan Doyle nel 1887 venne pubblicato nella versione italiana nel 2004, tradotta da Alberto Tedeschi per la casa editrice della “Mondadori”. Doyle, di origini irlandesi, diventa uno scrittore di successo grazie proprio a questo romanzo e alla creazione di un personaggio molto conosciuto: Sherlock Holmes. Il romanzo tratta il genere del giallo ed è ambientato in Inghilterra, precisamente nella capitale, Londra. E’ caratterizzato da due archi temporali, nella prima parte ci troviamo nell’età contemporanea all’autore (1880 circa) e nella seconda si fa un lungo flash-back fino alla fine del racconto. La vicenda si svolge intorno ad una teoria presentata dal personaggio principale (Sherlock Holmes), grazie alla quale riesce anche a risolvere un caso di omicidio. Tra gli altri personaggi della vicenda troviamo il noto Dottor Watson, il quale è anche un alter ego dell’autore stesso Arthur Conan Doyle. Proprio perché è il primo romanzo in cui appaiono questi due conosciuti personaggi, nel libro troviamo riferimenti alla vita passata dei due e di quando si sono conosciuti grazie ad un loro conoscente: Stamford. Lo stile del libro è prevalentemente giornalistico, ma troviamo un’alternanza tra formale e informale a seconda della situazione e dei personaggi in questione; poiché tratta di criminalità non manca un linguaggio tecnico e scientifico appartenente proprio allo stile poliziesco. È molto utilizzato il discorso diretto, alternato ad uno uso frequente di un discorso indiretto libero per esprimere opinioni su fatti e personaggi: accade ciò proprio perchè il narratore è anche un personaggio del romanzo. Ho trovato il romanzo molto interessante e strutturato davvero bene, in modo particolare mi ha colpito l’abilità infallibile di Holmes nel risolvere il caso.

 

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