Alla scoperta del Ghetto ebraico di Roma

Giornata intensa e significativa quella del 24 gennaio per gli studenti dei quinti anni dell’Istituto Salesiano Villa Sora che, a poca distanza dalla Giornata della Memoria, sfidando un tempo non molto clemente e un preannunciato sciopero dei mezzi, hanno potuto passeggiare per le vie del famoso Ghetto ebraico di Roma, visitando inoltre il noto Museo e la sinagoga.

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Il Ghetto della capitale, il secondo più antico del mondo dopo quello di Venezia, stupisce innanzitutto per le sue esigue dimensioni, se si pensa che esso fu per molti secoli adibito ad ospitare, o meglio a segregare e separare dal resto della popolazione, circa un migliaio di cittadini ebrei. Gli stessi cittadini che furono costretti a portare un distintivo che li rendesse sempre riconoscibili e ai quali fu vietata la pratica di moltissimi mestieri.

Questo e molto altro ancora hanno appreso gli studenti durante la visita, venendo a conoscenza di particolari affascinanti sulla cultura di questo popolo; sicuramente interessante il parallelismo con il melograno che si ritiene contenga sempre 613 semi, tanti quanti sono i precetti della legge ebraica, melogranoma ugualmente interessante il fatto che nella coppia è la donna a trasmettere l’appartenenza alla religione ai figli. Curiosità queste che hanno avuto la meglio, per un singolo istante, sul ricordo dei soprusi e delle violenze di cui questo luogo fu teatro nel corso della storia: caso unico e indimenticabile per la sua atrocità quello del 16 ottobre 1943, il cosiddetto sabato nero, quando i nazisti effettuarono una retata in tutta Roma catturando circa 2091 ebrei, rastrellando in particolare proprio la zona di quello che era l’ex ghetto. Di queste 2091 persone, tra cui non si deve dimenticare la presenza ingente di donne, bambini, anziani e malati, soltanto 16 riuscirono a tornare dai campi di sterminio nei quali furono deportati senza troppe spiegazioni. La popolazione ebraica ha commemorato le vittime di una tale follia umana con una targa affissa proprio in quello che oggi è il “largo 16 ottobre 1943”, una targa che ricorda le famiglie che vissero sulla propria pelle questa tragedia e in particolare quei neonati “che non cominciarono neppure a vivere”.

 

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