Dispari Parità

2546229working-1_2546228Si parla spesso negli ultimi tempi di “pari opportunità”, di quote rosa, di disparità tra uomo e donna: le disuguaglianze si manifestano nell’ambito lavorativo come in quello familiare.
Molti non riconoscono la grave spaccatura sociale esistente tra sessi, un grave problema per il quale è stato addirittura creato un Ministero (nel 1996 fu istituito l’Ufficio del Ministro per le Pari Opportunità). La necessità di creare dei posti di lavoro riservati alle donne, con le quote rosa, è la testimonianza che questa uguaglianza tanto ostentata non c’è e non c’è mai stata.
La disparità tra sessi nasce in famiglia, pesante bagaglio della tradizione culturale italiana, causata dal maschilismo di fondo dell’idea che “l’uomo lavora e la donna sta a casa”.

In passato la donna veniva spesso considerata inferiore, incapace di comprendere la fatica del lavoro del marito e adatta solamente alla facile gestione della casa e dei figli.
Il divario uomo-donna continua sul lavoro: “recenti indagini confermano che le donne in Italia nonostante gli ottimi risultati scolastici (il 60% dei laureati sono donne, il 40% uomini) hanno grande difficoltà a raggiungere ruoli direttivi”.

In realtà non sembra esserci grande disparità nel campo della scuola e dell’università: il problema si manifesta però fin dalla ricerca dell’impiego stesso, ancora prima del primo giorno di lavoro. Sono molte le testimonianze di donne che confessano di essere state discriminate per i loro progetti futuri: se la risposta alla domanda “ha intenzione di sposarsi/avere figli?” è positiva, il possibile datore di lavoro, inorridito, dimentica competenze e titoli di studio, e già “trema” al pensiero di maternità, permessi dell’ultimo minuto, ferie pagate.
La mamma in carriera è malvista dal “capo”, dai colleghi, perfino dalla società: giustamente “gli uomini entrano in carriera, le donne, invece, disertano il focolare”.

Se una donna sceglie di intraprendere la carriera lavorativa, può stare ben sicura che sarà discriminata, sottopagata, emarginata, tutto in nome delle “pari opportunità”. “A parità di posizione professionale una donna in media percepisce il 23% in meno di uno stipendio di un uomo”; alle donne vengono riservati ruoli meno determinanti, esclusivamente in particolari ambiti “adatti” a loro, solamente il 5% dei Consigli di Amministrazione delle società quotate è composto da donne, contro il 44% della Norvegia.

Le conseguenze della disparità sono molte e di grande rilevanza: questo “razzismo ” nei confronti delle donne porta ad un mancato sfruttamento delle risorse e delle capacità dell’intera popolazione: le donne potrebbero sfruttare le competenze acquisite nella gestione della casa e dei figli per amministrare uno Stato, un’azienda, nel gestire dei dipendenti nel miglior modo possibile. La disuguaglianza tra gli impegni lavorativi di un padre e di una madre si fa sentire anche in famiglia: la metà dei padri sono “low care”, ovvero dedicano poco tempo ai figli e alla loro crescita, a causa del lavoro. Il passaggio da “low care” a “high care” sarebbe facilitato da strumenti legislativi come il congedo di paternità obbligatorio, che consenta al padre di stare con i figli e alla madre di mantenere il suo lavoro.

Le pari opportunità già esistono in altri Stati: per eliminare le disuguaglianze l’Italia ha bisogno di tempo, ma anche di un radicale cambiamento di pensiero, che forse sta già avvenendo tra i giovani. Uomini e donne hanno pari diritti, pari doveri, pari dignità: è necessario che abbiano anche pari opportunità.

BIBLIOGRAFIA
P.Poli, Donna e lavoro in Donne che cambiano, Franco Angeli, Milano 2010.
R.-M. Lagrove, Un’emancipazione sotto tutela in G.Duby, M.Perrot, Storia della donna in Occidente.

 

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