Intervista ad un personaggio storico: Marco Antonio

marco-antonioFigura complessa, di lui molto si è discusso quando era in vita. Ma, ancora oggi, Marco Antonio, fido secondo in comando di Giulio Cesare, è un personaggio difficile da analizzare e, soprattutto, da comprendere. Onorati dall’intervista che ci ha voluto concedere, la pubblichiamo, nella speranza di chiarire la posizione di quest’uomo, così importante nella storia di Roma.

Jacopo: Ave, Antonio. Ti ringraziamo per il tempo che ci concedi, rispondendo alle nostre domande.

Antonio: Ave, Jacopo. Spero vivamente di poter smentire molte delle menzogne che sono state raccontate su di me, nel corso del tempo.

J: Se per menzogne intendi connotazioni negative date alla tua persona, Plutarco riporta che, già in giovinezza, tu conducessi una vita dissoluta. Dice che eri pieno di debiti e che passavi la notte fra bordelli e case da gioco, sempre in mezzo a qualche rissa.

A: Non nego di aver avuto degli inizi difficili. Ma non vedo come sia possibile considerare una colpa aver contratto dei debiti. Sicuramente, per qualcuno come Plutarco, che viveva nella bambagia, sostenuto dalle autorità e finanziato fino all’ultimo sesterzio, è facile giudicare. Quanto al mio stile di vita, credo che un Greco sia l’ultimo a poter parlare di dissolutezza.

J: Quindi queste accuse non ti toccano minimamente.

A: Assolutamente no. Soprattutto guardando il tipo di uomini da cui provengono.

J: Veniamo al tuo legame con quello che è, con tutta probabilità, il simbolo di Roma: Giulio Cesare. Cosa pensi di lui? Che tipo di rapporto avevate?

A: Fiero di essere il suo più fedele ed attivo sostenitore! Ave, Cesare!
(si alza in piedi, batte il pugno sul petto e fa il saluto legionario, NDR)                              Vedi, Jacopo, Cesare è stato l’ultimo vero idealista dei nostri tempi. Ha combattuto per il popolo, senza paura di sfidare l’autorità di quella massa di buffoni egoisti e corrotti. Il Senato, ah! Gente che andava in giro, spacciandosi per i salvatori della patria, i prosecutori del Mos Maiorum, mentre in realtà non facevano altro che proteggere i propri privilegi, facendo morire di fame le decine di migliaia di soldati Romani che li avevano protetti valorosamente. Quante volte quei vecchi rimbecilliti se la facevano addosso dalla paura, con un esercito straniero a due metri dal confine del pomerium! E quante volte sono stati protetti dall’esercito di Roma, da tanti che non hanno avuto paura di morire, sapendo che combattevano per la loro patria! Eppure, questi uomini valorosi non sono stati ritenuti degni dal Senato di avere un pezzo di terra da coltivare, per non morire di fame. Cesare combatteva per questo, perché chi si era distinto avesse un riconoscimento del proprio merito.

J: Mostri una posizione molto dura nei confronti dell’aristocrazia senatoria. Inoltre, prima, hai fatto un sottile riferimento ai “salvatori della patria”. Mi viene naturale chiederti la tua opinione su Cicerone.

A: Cicerone! Pater Patriae, principe del foro, colui che ci ha salvati da Catilina (ride, NDR)! Marco ha sempre tenuto il piede in due scarpe: era un contadino qualunque, con un complesso d’inferiorità incredibile nei confronti degli Optimates. Eppure, era così spocchioso, da difenderne i privilegi. Almeno fin quando gli conveniva. Appena ha visto che le cose si mettevano male per quel traditore di Pompeo e la sua combriccola di despoti, non ha esitato un momento ad approfittare della benevolenza di Cesare, facendosi perdonare completamente. Ma io l’ho sempre tenuto d’occhio e, infatti, dopo la morte di Caio, ha di nuovo cambiato schieramento. Vogliamo parlare delle “Filippiche”? Insulti senza limite a me, nonostante mi temesse terribilmente. Naturalmente, conoscendolo, non sono rimasto sorpreso da quest’ennesimo voltafaccia. Credeva anche di intimidirmi. Figuriamoci!

J: Un giudizio molto forte. Non gli riconosci nessun merito, se non come politico, come letterato o come oratore?

A: Come politico, Cicerone non ha fatto altro che difendere gli interessi suoi e del Senato. Quanto al letterato, posso solo dirti che lo stile di Cicerone è lo strumento più efficace per non far capire nulla di ciò che pensi. E non mi sorprendo, guardando il personaggio. Mi chiedi dell’oratoria (ride fragorosamente, NDR)? Jacopo, quando Cesare parlava, solo contro duecento senatori, tutti tacevano e lo ascoltavano rispettosamente. Quando parlava Cicerone, e te lo dice qualcuno che c’era, la gente rideva, dormiva o lasciava l’aula.

J: Consideriamo il discorso di Cicerone chiuso, quindi?

A: Assolutamente sì. Meritava, da traditore, la fine che ha fatto. Non me ne pento.

J: Molto bene. Prima hai menzionato Catilina. Cosa ne pensi?

A: Catilina ha fallito dove Cesare è riuscito, ne più, ne meno. Ho ammirato il suo coraggio di fronte al Senato, la sua tenacia, i suoi ideali. L’unica cosa che posso rimproverargli è aver tentato il colpo di stato, con Cicerone come console. Non c’è altro da dire.

J: Un’ultima domanda. Come hai vissuto il triangolo con Cleopatra ed Ottaviano?

A: Dobbiamo fare una premessa. Ottaviano non era figlio adottivo di Cesare, ma figlio naturale. So che gli storici tramandano il contrario, ma puoi fidarti di chi c’era. Per questo, aveva ereditato dal padre una straordinaria abilità politica. Ma non l’idealismo. No, Ottaviano era freddo, calcolatore e spietato. Per questo, non ha esitato ad estromettermi, quando ha visto che non gli ero più utile a tenere a bada gli ultimi fedelissimi di Cesare. Mi ha dipinto, con l’aiuto di Cicerone, come un tiranno depravato ed egoista, usando come pretesto il fatto che avevo ripudiato Ottavia. Ma quel gesto è stato dovuto al mio idealismo, perché avevo capito che si trattava di un mero matrimonio d’interesse. Cleopatra, invece, l’amavo. Ne è la prova il fatto che sono rimasto con lei fino alla morte. Ho commesso l’errore di fidarmi di Ottaviano, credendo che avremmo potuto reggere Roma insieme, ma mi sono sbagliato. Questo è il mio unico rimpianto. Questo e non essere presente in Senato, quando assassinarono Cesare. La mia vendetta fu giustizia, ma non ci restituì quel grande uomo.

J: Ti ringrazio molto per l’intervista. Certamente, ora, potremo tutti farci un’idea più chiara di ciò che pensi. Vale, Antonio.

A: Vale, Jacopo! Ad Maiora! (di nuovo, si alza in piedi, batte il pugno sul petto e fa il saluto legionario, NDR)

 

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