Letteratura in tempo di COVID19: Recensione di “Argento vivo”

3567-3Marco Malvaldi, autore della saga dedicata al BarLume – La Carta più alta, La briscola in cinque, Il gioco delle tre carte e Il re dei giochi – abbandona il protagonista (il barrista, come lo chiamavano gli anziani che gli circondavano il locale) e si invola in una storia a più voci: “Argento Vivo” (Sellerio Editore, pp. 272). L’autore lo aveva già fatto, sia chiaro, ma questa volta riesce a mettere insieme più strofe di un’ipotetica canzone andando a comporle sagacemente e sapientemente, in modo tale che esse si ritrovino ad essere complementari l’un l’altra.
In questo romanzo lo scrittore riesce a porre sotto gli occhi del lettore un intreccio che, apparentemente, si potrebbe rappresentare come i corsi di fiumi carsici che sembrano non essere mai destinati ad incrociarsi.
C’è solo una parola, magari posta nel finale di un episodio, che vede coinvolti personaggi che diventano il collante con quello successivo, composto e vissuto da altri interpreti.
Capita, dunque, che le vicende di Giacomo – scrittore – si intreccino con quelle di Leonardo – dipendente di una azienda che vive un aspro rapporto conflittuale col suo «capo» – in modo tale che le due storie non siano più scindibili l’una dall’altra; così come quelle dell’agente Stelea con Costantino; come quelle di una anonima Peugeot 206 color «Argento Vivo».
Anche perché le situazioni vissute da Leonardo sembrano, in tutto e per tutto, le vicende vissute da un impiegato precario qualsiasi. Certo, magari con un pizzico di iperboli in più che non guastano mai e che rendono l’idea del vissuto quotidiano di un pendolare, come il colletto bianco Leonardo che più precario non si può. Quello stesso pendolare che potrebbe anch’egli dimenticarsi da qualche parte l’oggetto di cui ha bisogno per compiere al meglio il proprio lavoro.
In questo libro accade anche che la macchina di un protagonista, seppur tra le più anonime, sia oggetto di un furto – o più di uno -; così come capita che il rapporto tra Leonardo e Letizia appaia come semplice, naturale e delizioso, mentre invece è tormentato e sempre sul punto di implodere.
«Argento vivo» si snoda, tuttavia, tra una malefatta e l’altra; tra una spiegazione matematica apparentemente slegata dalle vicende narrate, ma che ha, pagina dopo pagina, evidenti rimandi testuali.
Alla fine della lettura del romanzo, sorge la domanda su come l’autore viva il rapporto col proprio editor. Tra le righe sembra che sia un rapporto conflittuale come può essere il rapporto tra un dipendente e il suo datore di lavoro.
Ma è su questo crinale che si pone la chiave di lettura di storie e vicende sconnesse: sono infatti situazioni che si ritrovano nella vita quotidiana esperita nella normalità da uomini e donne. Emerge così un romanzo «realista», perché l’autore pisano non si muove asintoticamente sull’asse in un piano, ma cerca continuamente i punti di intersezione di ciò che appare frammentario.

 

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