Dal breve e doloroso processo a Socrate ai secolari e clementi processi italiani

Atene, anno 399 a.C. Un uomo di nome Socrate, che non praticava alcuna professione se non quella di interrogare e stuzzicare l’intelletto dei suoi concittadini, veniva processato con l’accusa principale di corrompere i giovani oltre che stravolgere i patrii costumi. Un evento dalla portata enorme, una svolta nella storia, un nodo che probabilmgiustiziaente ha impedito alla nostra cultura occidentale di essere un’altra: il primo grande processo della storia; grande perchè ci giunge documentato in uno scritto di un discepolo del condannato, Platone, il quale intitola la sua opera proprio Apologia di Socrate, un pittoresco ritratto di una avvincente difesa, senza l’inserimento di arringhe di avvocati, fatta da Socrate accusato e messo morte: una città che si professava liberale e democratica come Atene aveva messo a morte uno dei suoi migliori cittadini che, di fatto, incarnava pienamente questi ideali.

Il fulcro dell’articolo, tuttavia, non vuole essere un biasimo ad un’Atene ipocrita e incoerente, bensì vuole essere particolarmente centrato sulla brevità nei tempi, sulla durezza della sentenza e soprattutto sull’atteggiamento dell’imputato: dopo vari alterchi con i giudici e i presenti, Socrate viene messo a morte e, sebbene alcuni suoi amici consapevoli della sua innocenza gli avevano preparato una fuga su veloci triremi pronte a salpare, egli preferì restare in tribunale; così gli venne ordinato di bere la cicuta, il veleno dei condannati, e serenamente, pur con i pianti dei discepoli che lo pregavano di tornare sui suoi passi, la deglutì. Un gesto che rispecchia pienamente la sua persona, che di certo non manca di coerenza con se stesso e la sua città sia come organo di governo sia come comunità di persone.

Un processo del genere, al giorno d’oggi, in Italia, sarebbe davvero un’utopia sotto tutti gli aspetti. Innanzitutto dal punto di vista dei tempi. Le consuetudini giudiziarie prevedono che l’imputato debba avere per forza un avvocato, anche d’ufficio, e inoltre che possa avvalersi di un triplice appello. Già quest’ultimo conferisce una durata di per sè lunga; basti pensare poi a tutte le burocrazie che si vengono a proporre e che intralciano il già difficile e delicato percorso del processo. La durata media di un processo in Italia, sia esso civile o penale, è fissata tra i venti e trenta anni. I motivi sono svariati: primo fra tutti, in particolare nei processi penali, lo strapotere degli avvocati, i quali il più delle volte oltre a difendere i loro clienti finiscono anche per decidere la loro sorte, seppur non direttamente, attraverso numerosi espedienti come il consigliare i propri assisti di non presentarsi in aula, di avvalersi della facoltà di non rispondere o di legittimo impedimento se questo è un politico in carica; ecco come spesso molti fascicoli aperti su imputati cadono in prescrizione, dimenticati negli archivi dei tribunali.

Nei tempi antichi anche i politici in carica venivano processati se colpevoli e talvolta messi a morte, basti pensare allo stratega Milziade, il quale, poichè in una notte da ubriaco passata con gli amici decapitò dieci statue sacre sul colle del Partenone, fu subito destituito ed esiliato con ostracismo.

Oggi si è arrivati a permettere che i governatori in carica siano intoccabili e allora, come dice Platone, “chi giudica i giudici?”. Il nostro ex-presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, durante il suo mandato, incurante della sua dignità e di quella del suo paese, si intratteneva mollemente in serate con prostitute anche minorenni: il G.I.P ( giudice per le indagini preliminari) aveva convalidato l’avvio del processo per sfruttamento e istigazione alla prostituzione con l’aggravante del coinvolgimento di donne minorenni che subito è stato bloccato al legittimo impedimento contenuto in un decreto legge noto come Lodo Alfano. Si è dovuta attendere la caduta del suo governo per completare il tutto ma, ad oggi, il fascicolo alla procura di Milano è ancora aperto. Anche i processi civili non sono poi così brevi e risolutivi: problemi di confine tra lotti agricoli vanno avanti per anni ed anni come cause di divorzi e separazioni tra  coniugi specie se in presenza di beni da dividere tra i due contendenti. Ecco il ritratto di una giustizia lunga, poco efficiente e alquanto scoraggiante, probabilmente troppo contaminata dal potere esecutivo dello Stato e ciò è assai deleterio per tutti i cittadini: essi, di fatto, non credono più nelle istituzioni e vivono quotidianamente in situazioni di disagio o di dolore interiore per una giustizia che non sa essere tale, basti pensare ai familiari di persone morte a causa di pirati della strada sui quali ancora, per renderli a tutti costi innocenti, si applicano procedure inutili e mirate ad allungare la faccenda come false e poi scoperte perizie mediche (intanto passa tempo) che attestano l’infermità mentale del condannato.

Sembra una malattia cronica, ma come curarla? Sicuramente serve un rinnovamento di tutto il sistema ormai permeato di corruzione, convenienze personali e clientelismo; in secondo luogo occorre che i tre poteri dello stato, quali legislativo esecutivo e giudiziario, restino nei loro schemi e nei loro limiti, perchè tale è la vocazione di una repubblica: un interesse comune a cui tutti contribuiscono in modo disinteressato e non per voglia di strapotere. Tale trattazione di certo non vuole e non deve togliere l’onore a giudici che, seppur soli e ostacolati da corruzione, hanno veramente fatto valere la legalità per il bene dell’Italia. Tra questi è doveroso menzionare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, vittime di mafia nelle stragi di Capaci e Via d’Amelio a Palermo nell’anno 1992, i quali avevano riconosciuto i grandi capi della criminalità organizzata come Riina e Provenzano e il loro modus operandi divenuto ormai internazionale e globalizzato; meno conosciuto, ma non per questo indegno di ricordo, Rosario Livatino, altro magistrato soprannominato il “giudice ragazzino” poichè ucciso dalla mafia a soli trentasei anni.

 

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