Fallire per crescere: una lezione che non si trova sui libri.

In un mondo che sembra premiare solo il risultato immediato e la perfezione, l’idea di poter fallire spaventa come non mai. 

Eppure un’insufficienza, un debito o una bocciatura non sono la fine di un percorso, ma il punto di partenza per sviluppare le nostre competenze. Nella vita di tutti i giorni raramente le cose vanno secondo i piani al primo tentativo. Aver affrontato lo shock di un brutto voto e poi rimettersi a studiare successivamente per ottenere un risultato migliore insegna a gestire la frustrazione. Perché chi  ha imparato a gestire queste “sconfitte“ nel mondo scolastico ha una marcia in più nel mondo del lavoro e nella vita quotidiana, non lasciandosi abbattere dalle porte chiuse, perché sa che sono ostacoli effimeri.

Dall’altra parte, un successo ottenuto senza sforzo, raramente ci spinge a riflettere. Un fallimento invece ci costringe a fermarci e riflettere su cosa non abbia funzionato. Questa capacità di auto-analisi è fondamentale per correggere il tiro in qualsiasi ambito, ma anche una “condanna“ per il costante pensiero di aver sbagliato. 

Molti studenti brillanti vanno in crisi alla prima difficoltà, perché non hanno mai dovuto lottare per ottenere un  risultato di conseguenza non sono abituati a determinate sconfitte. Perciò, chi invece sperimenta la sconfitta, impara il valore della perseveranza e della costanza. Nella vita di tutti i giorni il successo spesso é una questione di costanza più che di genio puro.

Affrontare un fallimento scolastico aiuta a ridimensionare il nostro ego, mettendoci veramente a nudo sulle nostre difficoltà e comprendere che  il nostro valore come persone non coincide con un numero sul registro. Questa consapevolezza ci rende più consapevoli  e meno dipendenti dal giudizio esterno, una dose molto rara che non si può pretendere di avere.

La chiave sarebbe quella di non guardare al fallimento come una macchia indelebile, ma come una recensione personale. Sbagliare è l’unico modo per imparare davvero come si vince. Molto spesso, però, quando affrontiamo questo discorso la cosa sembra riguardare solamente noi. Invece é più vicino di quanto pensiamo, poiché tutti ragazzi, bambini o adulti hanno il presentimento di fallire, di aver perso tempo tempo, una volta di non aver raggiunto i risultati che volevano.

Un esempio straordinario può essere riportato da Michael Jordan che al secondo anno di liceo fu scartato dalla squadra di basket della scuola perché è considerato “troppo basso” e non abbastanza bravo. Quando tornò a casa, pianse nella sua stanza, capendo che quella delusione lo spinse a volersi allenare più di qualunque altro. 

“Ho sbagliato più di 9000 tiri nella mia carriera, ho perso quasi 300 partite e per 26 volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito ancora ancora nella mia vita ed è per questo che ho vinto tutto“. 

Questo ci insegna di non temere il fallimento, ma di temere la mediocrità di non averci provato. In fin dei conti la scuola non serve ad  insegnarci a non sbagliare mai, ma a fornirci la gomma per cancellare l’errore e la matita per ridisegnare il nostro futuro. 

Dovremmo imparare a non vedere il fallimento scolastico come un vicolo cieco, ma come mezzo per scoprire chi siamo veramente.

Perciò dovremmo sbagliare quel tiro, fallire quell’esame e perdere quella sfida. E poi usare i gradini per costruire il nostro successo. Perché la crescita, quella vera, inizia esattamente quando comprendi  le tue possibilità e le tue volontà. 

 

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